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Flavonoidi e bioflavonoidi: cosa sono, dove si trovano e perché sono importanti

Colorano i frutti di rosso, blu e viola, contribuiscono all’aroma degli agrumi, proteggono le foglie dalla radiazione solare e partecipano ai sofisticati sistemi di difesa delle piante.

Sono i flavonoidi, una delle famiglie più importanti e studiate di sostanze naturali prodotte dal mondo vegetale.

Negli ultimi decenni hanno attirato un enorme interesse anche in campo nutrizionale, biologico e fitoterapico perché numerosi studi hanno osservato associazioni tra un’alimentazione ricca di alimenti vegetali contenenti flavonoidi e diversi indicatori favorevoli di salute.

Ma parlare semplicemente di “antiossidanti naturali” è riduttivo.

Oggi sappiamo che il comportamento dei flavonoidi nell’organismo è molto più complesso: vengono trasformati dall’intestino e dal fegato, interagiscono con il microbiota intestinale e possono influenzare differenti vie di segnalazione cellulare.

Vediamo quindi che cosa sono realmente, quali sono i principali flavonoidi, dove si trovano e soprattutto quando ha senso assumerli attraverso l’alimentazione o sotto forma di integratori.

Che cosa sono i flavonoidi?

I flavonoidi appartengono alla grande famiglia dei polifenoli, sostanze vegetali caratterizzate dalla presenza nella loro struttura chimica di più gruppi fenolici.

Sono definiti metaboliti secondari delle piante.

Questo termine non significa che siano poco importanti. Significa semplicemente che, diversamente dai metaboliti primari come carboidrati, proteine e lipidi, non partecipano direttamente ai processi fondamentali attraverso i quali la pianta produce energia e cresce.

I metaboliti secondari rappresentano invece una sorta di sofisticato sistema chimico attraverso il quale la pianta interagisce con l’ambiente, si protegge e comunica.

Alla famiglia dei flavonoidi appartengono migliaia di composti differenti, accomunati da una struttura chimica di base ma caratterizzati da proprietà, metabolismo e biodisponibilità anche molto diversi tra loro.

Per questo motivo parlare genericamente di “flavonoidi” come se fossero un’unica sostanza è scientificamente poco corretto.

Flavonoidi e bioflavonoidi sono la stessa cosa?

Sostanzialmente sì.

Il termine bioflavonoidi è entrato nell’uso comune soprattutto nel settore nutrizionale e degli integratori, ma dal punto di vista scientifico il termine utilizzato è prevalentemente flavonoidi.

Storicamente alcune sostanze flavonoidiche presenti negli agrumi furono indicate anche come “vitamina P”, perché si ipotizzava possedessero un’attività vitaminica legata alla permeabilità capillare.

Oggi i flavonoidi non sono classificati come vitamine e il termine vitamina P è considerato superato.

“Bioflavonoidi” rimane quindi una denominazione utilizzata soprattutto per indicare miscele o estratti vegetali ricchi di flavonoidi, in particolare quelli ottenuti dagli agrumi.

Come sono fatti i flavonoidi?

Dal punto di vista chimico, la maggior parte dei flavonoidi possiede uno scheletro costituito da 15 atomi di carbonio, organizzati secondo una struttura comunemente descritta come C6-C3-C6.

Questa struttura comprende generalmente due anelli aromatici collegati attraverso un terzo anello contenente ossigeno.

Piccole differenze nella posizione dei gruppi chimici, nel grado di ossidazione o nella presenza di zuccheri legati alla molecola determinano la formazione delle diverse famiglie di flavonoidi.

Nelle piante molti flavonoidi non si trovano liberi, ma sotto forma di glicosidi, cioè legati a uno zucchero.

Questo dettaglio è molto importante perché influenza la loro solubilità, stabilità, assorbimento intestinale e metabolismo.

Le principali famiglie di flavonoidi

Dal punto di vista nutrizionale e biologico, le principali classi di flavonoidi sono sei.

Flavonoli

Comprendono molecole molto studiate come:

  • quercetina;
  • kaempferolo;
  • miricetina;
  • isoramnetina.

La quercetina è probabilmente uno dei flavonoidi più conosciuti ed è presente, per esempio, in cipolle, mele, capperi, uva e numerosi altri vegetali.

La rutina è invece un glicoside della quercetina.

Flavoni

Tra i principali troviamo:

  • apigenina;
  • luteolina.

Sono presenti in alimenti e piante aromatiche come prezzemolo, sedano e alcune specie officinali.

Flavanoni

Sono caratteristici soprattutto degli agrumi.

Tra i più importanti:

  • esperidina;
  • naringina;
  • naringenina;
  • eriocitrina.

La buccia e la parte bianca interna degli agrumi, detta albedo, sono particolarmente ricche di alcuni di questi composti.

Flavan-3-oli o flavanoli

Comprendono le note catechine, tra cui:

  • catechina;
  • epicatechina;
  • epigallocatechina;
  • epigallocatechina gallato, o EGCG.

Sono presenti soprattutto nel tè, nel cacao, nell’uva e in diversi frutti.

Antocianine

Sono pigmenti vegetali responsabili di molte colorazioni:

  • rosse;
  • viola;
  • blu;
  • porpora.

Tra le principali troviamo cianidina, delfinidina, malvidina, pelargonidina e peonidina.

Ne sono particolarmente ricchi:

  • mirtilli;
  • more;
  • ribes;
  • uva nera;
  • ciliegie;
  • melanzane;
  • cavolo rosso;
  • altri vegetali di colore rosso, blu o viola.

Isoflavoni

Comprendono principalmente:

  • genisteina;
  • daidzeina;
  • gliciteina.

Sono caratteristici soprattutto della soia e di altri legumi.

La loro struttura consente una debole interazione con i recettori estrogenici e per questo vengono classificati tra i fitoestrogeni.

Il loro comportamento, tuttavia, è molto più complesso rispetto alla semplice definizione di “estrogeni vegetali” e non deve essere interpretato come equivalente all’azione degli estrogeni umani.

Perché le piante producono flavonoidi?

Per capire davvero i flavonoidi è utile partire dalla pianta.

Le piante sono organismi immobili: non possono allontanarsi dal sole eccessivo, sfuggire a un microrganismo o cercare riparo durante una situazione ambientale sfavorevole.

Hanno quindi sviluppato nel corso dell’evoluzione un complesso arsenale di sostanze chimiche.

I flavonoidi fanno parte di questo sistema.

Nelle piante possono contribuire:

  • alla protezione dalla radiazione ultravioletta;
  • alla pigmentazione di fiori e frutti;
  • all’attrazione degli insetti impollinatori;
  • alla comunicazione con microrganismi e altri organismi;
  • ai meccanismi di risposta contro alcuni patogeni;
  • alla risposta a stress ambientali;
  • alla regolazione di alcuni processi di crescita e sviluppo;
  • alle interazioni tra radici e microrganismi del terreno.

Le antocianine, per esempio, contribuiscono ai colori intensi di molti frutti e fiori.

Questi colori non sono semplicemente ornamentali: possono servire alla pianta per attirare animali che favoriscono l’impollinazione o la dispersione dei semi.

Cosa succede quando mangiamo un flavonoide?

Qui si trova uno degli aspetti più interessanti della ricerca moderna.

Per molto tempo si è pensato che mangiando quercetina, catechine o antocianine queste sostanze passassero semplicemente dall’intestino al sangue mantenendo la propria struttura originale.

In realtà il processo è molto più complesso.

Dopo l’ingestione, i flavonoidi possono essere:

  1. liberati dalla matrice alimentare;
  2. modificati dagli enzimi intestinali;
  3. assorbiti nell’intestino tenue;
  4. trasformati dagli enterociti;
  5. ulteriormente metabolizzati dal fegato;
  6. oppure raggiungere il colon, dove vengono trasformati dal microbiota intestinale.

Nel sangue, quindi, spesso non troviamo grandi quantità della molecola flavonoidica originaria.

Troviamo piuttosto i suoi metaboliti, per esempio forme glucuronate, solfatate o metilate e numerosi metaboliti prodotti dalla flora intestinale.

Questo concetto ha profondamente modificato il modo in cui la ricerca interpreta l’attività biologica dei flavonoidi.

Il microbiota intestinale: il grande protagonista dimenticato

Una parte importante dei flavonoidi alimentari raggiunge l’intestino crasso senza essere stata assorbita completamente.

Qui entra in gioco il microbiota intestinale.

I batteri intestinali possiedono enzimi in grado di rompere e trasformare molte molecole polifenoliche in composti più piccoli, che possono successivamente essere assorbiti.

Ma la relazione è bidirezionale.

Il microbiota modifica i flavonoidi e, contemporaneamente, i flavonoidi e i loro metaboliti possono influenzare l’ecosistema microbico intestinale.

È quindi più corretto parlare di una vera e propria interazione flavonoidi-microbiota.

Questo è oggi uno dei campi più interessanti della ricerca nutrizionale.

Aiuta anche a spiegare perché due persone che assumono lo stesso alimento ricco di flavonoidi possano metabolizzarlo in maniera differente.

La composizione del microbiota individuale può infatti modificare significativamente il destino delle molecole ingerite.

Biodisponibilità: non conta soltanto quanto flavonoide assumiamo

Quando leggiamo che un determinato alimento contiene molti flavonoidi, potremmo pensare che una quantità maggiore equivalga automaticamente a un effetto biologico maggiore.

Non è necessariamente così.

È fondamentale considerare la biodisponibilità, cioè la quota di una sostanza che, dopo l’ingestione e le trasformazioni metaboliche, diventa effettivamente disponibile per l’organismo.

La biodisponibilità dei flavonoidi varia enormemente.

Dipende da:

  • struttura chimica;
  • presenza o meno di zuccheri legati alla molecola;
  • matrice alimentare;
  • preparazione e trasformazione dell’alimento;
  • microbiota intestinale;
  • metabolismo individuale;
  • interazioni con altri nutrienti;
  • forma utilizzata negli integratori.

Per questo motivo due flavonoidi presenti nella stessa quantità possono produrre concentrazioni di metaboliti nel sangue molto differenti.

E soprattutto: la quantità contenuta in un alimento non coincide automaticamente con la quantità biologicamente utilizzabile dall’organismo.

Sono davvero antiossidanti?

I flavonoidi vengono spesso definiti semplicemente “potenti antiossidanti”.

L’affermazione richiede qualche precisazione.

In laboratorio numerosi flavonoidi possono neutralizzare radicali liberi e altre specie reattive.

Nell’organismo umano, però, le concentrazioni raggiunte dai flavonoidi originari sono generalmente molto inferiori rispetto a quelle utilizzate in molti esperimenti in vitro.

Inoltre, dopo l’assorbimento, queste molecole vengono rapidamente trasformate.

Per questo la ricerca moderna considera troppo semplicistica l’idea secondo cui i flavonoidi proteggerebbero l’organismo esclusivamente comportandosi come “spazzini dei radicali liberi”.

È probabile che alcuni dei loro effetti biologici dipendano anche dalla capacità dei flavonoidi o dei loro metaboliti di interagire con:

  • enzimi;
  • recettori;
  • vie di segnalazione cellulare;
  • espressione genica;
  • mediatori dell’infiammazione;
  • sistemi endogeni di difesa cellulare.

La loro azione biologica può quindi essere molto più sofisticata di una semplice neutralizzazione chimica dei radicali.

Flavonoidi e infiammazione

Molti flavonoidi hanno mostrato in modelli sperimentali la capacità di modulare differenti vie coinvolte nella risposta infiammatoria.

Sono stati studiati, tra gli altri, gli effetti su:

  • citochine;
  • vie NF-κB;
  • enzimi coinvolti nella produzione di mediatori dell’infiammazione;
  • segnali cellulari associati allo stress ossidativo.

Questi dati sono biologicamente interessanti, ma devono essere interpretati correttamente.

Un effetto osservato su cellule isolate o in un modello animale non significa automaticamente che assumere un integratore di flavonoidi produca lo stesso effetto clinico nell’uomo.

È uno dei principi fondamentali della corretta divulgazione scientifica.

Flavonoidi e sistema cardiovascolare

Tra gli ambiti maggiormente studiati vi è quello cardiovascolare.

Diversi studi osservazionali hanno riscontrato associazioni tra un’alimentazione ricca di specifiche classi di flavonoidi o di alimenti vegetali che li contengono e alcuni indicatori favorevoli di salute cardiovascolare.

Sono stati studiati in particolare:

  • funzione endoteliale;
  • pressione arteriosa;
  • metabolismo lipidico;
  • aggregazione piastrinica;
  • stress ossidativo;
  • processi infiammatori.

Tuttavia è fondamentale ricordare che gli alimenti ricchi di flavonoidi contengono contemporaneamente fibre, vitamine, minerali e moltissime altre sostanze bioattive.

Non è quindi sempre possibile attribuire l’effetto osservato a una singola molecola.

Per questo motivo mangiare più frutta e verdura non equivale semplicemente ad assumere più flavonoidi: significa introdurre una matrice alimentare complessa.

Flavonoidi e microcircolo

Alcuni flavonoidi sono tradizionalmente utilizzati e studiati in relazione al microcircolo e alla funzione vascolare.

Tra i più conosciuti troviamo:

  • rutina;
  • esperidina;
  • diosmina;
  • antocianine;
  • derivati flavonoidici presenti in diverse piante medicinali.

Il loro interesse deriva da studi riguardanti permeabilità capillare, tono venoso, endotelio e microcircolazione.

Anche in questo caso, tuttavia, gli effetti dipendono dalla specifica molecola, dalla dose e dalla formulazione.

Non è scientificamente corretto attribuire indistintamente a tutti i flavonoidi la stessa attività sul microcircolo.

Flavonoidi e cervello

Un altro campo di ricerca in grande sviluppo riguarda il rapporto tra flavonoidi e sistema nervoso.

Studi sperimentali stanno analizzando il possibile ruolo di flavonoidi e metaboliti nel:

  • segnalamento neuronale;
  • plasticità sinaptica;
  • funzione vascolare cerebrale;
  • risposta allo stress ossidativo;
  • processi neuroinfiammatori.

Le ricerche epidemiologiche e cliniche sono interessanti, ma non permettono di affermare che i flavonoidi costituiscano una terapia per malattie neurodegenerative o disturbi cognitivi.

È più corretto considerarli componenti di una dieta vegetale complessa sulla quale la ricerca continua a indagare.

Isoflavoni: perché vengono definiti fitoestrogeni?

Gli isoflavoni, soprattutto quelli della soia come genisteina e daidzeina, presentano una struttura che consente loro di interagire con i recettori degli estrogeni.

L’affinità, tuttavia, è molto inferiore rispetto a quella dell’estradiolo.

Inoltre mostrano una particolare preferenza per il recettore estrogenico ERβ rispetto a ERα.

Per questo motivo il loro comportamento biologico non può essere ridotto alla frase “funzionano come estrogeni”.

A seconda del tessuto, della concentrazione, dello stato ormonale e delle caratteristiche individuali possono comportarsi in maniera differente.

Anche il microbiota può essere determinante.

Alcune persone possiedono batteri intestinali capaci di convertire la daidzeina in equolo, un metabolita dotato di caratteristiche biologiche differenti.

Non tutti gli individui sono però “equol-producers”.

È un eccellente esempio di come lo stesso alimento possa non avere esattamente lo stesso destino biologico in ogni persona.

Dove troviamo i flavonoidi?

Una delle strategie migliori per assumere flavonoidi è semplicemente mangiare una grande varietà di alimenti vegetali.

Ne sono particolarmente ricchi:

Agrumi
Arance, mandarini, limoni e pompelmi contengono soprattutto flavanoni come esperidina e naringenina.

Frutti di bosco
Mirtilli, more, ribes, lamponi e altri frutti colorati rappresentano importanti fonti di antocianine.

Mele
Contengono diversi flavonoli e flavan-3-oli, con concentrazioni particolarmente interessanti nella buccia.

Cipolle
Sono una delle fonti alimentari più note di quercetina.

Uva
Contiene antocianine, flavanoli e altri polifenoli, distribuiti soprattutto nella buccia e nei semi.

Tè
Il tè verde è particolarmente ricco di catechine; anche il tè nero contiene numerosi polifenoli derivati dai processi di ossidazione delle foglie.

Cacao
È una fonte importante di flavan-3-oli, soprattutto epicatechina e composti correlati.

Soia
Rappresenta una delle principali fonti alimentari di isoflavoni.

Verdure, erbe aromatiche e spezie
Prezzemolo, sedano, capperi e numerosi altri vegetali contengono quantità variabili di flavoni e flavonoli.

Il colore degli alimenti può aiutarci

Una semplice regola pratica consiste nel variare il colore degli alimenti vegetali.

Rosso, viola, blu, verde, giallo e arancione indicano combinazioni differenti di pigmenti e sostanze fitochimiche.

Non tutti i pigmenti vegetali sono flavonoidi, ma variare frutta e verdura aumenta la probabilità di introdurre differenti famiglie di composti bioattivi.

Una dieta monotona, anche se apparentemente salutare, offre una diversità fitochimica inferiore rispetto a un’alimentazione vegetale variata.

È meglio assumere flavonoidi attraverso gli alimenti o gli integratori?

Per la popolazione generale, gli alimenti vegetali rappresentano normalmente la fonte più razionale.

La frutta, la verdura, i legumi, il cacao e il tè non forniscono soltanto singoli flavonoidi, ma una matrice complessa composta da:

  • fibre;
  • vitamine;
  • minerali;
  • altri polifenoli;
  • carotenoidi;
  • acidi organici;
  • numerosi composti bioattivi.

Questi componenti possono interagire tra loro e influenzare digestione, metabolismo e biodisponibilità.

Un integratore, invece, fornisce generalmente una sostanza specifica o un estratto concentrato.

Le due situazioni non sono quindi equivalenti.

Quando può avere senso un integratore di flavonoidi?

La domanda corretta non è:

“I flavonoidi fanno bene?”

ma:

“Quale flavonoide, in quale forma, a quale dose e per quale obiettivo?”

Un integratore può contenere, per esempio:

  • quercetina;
  • rutina;
  • esperidina;
  • diosmina;
  • antocianine;
  • catechine;
  • isoflavoni;
  • estratti vegetali standardizzati in flavonoidi.

Queste sostanze non sono intercambiabili.

Hanno strutture, biodisponibilità e ambiti di ricerca differenti.

L’integrazione può essere valutata quando esiste una finalità specifica e una formulazione razionale, ma non dovrebbe essere utilizzata con l’idea generica che “più antiossidanti assumiamo, meglio è”.

Un estratto standardizzato non è la stessa cosa della pianta

Questo concetto è particolarmente importante in fitoterapia.

Se un estratto viene dichiarato, per esempio, “titolato al 20% in flavonoidi”, significa che il preparato è stato standardizzato affinché contenga una determinata quantità di quella frazione fitochimica.

Questo consente di ottenere una maggiore riproducibilità rispetto alla semplice polvere vegetale.

Ma la percentuale complessiva di “flavonoidi” non ci dice necessariamente:

  • quali flavonoidi siano presenti;
  • in quale proporzione;
  • quale sia la loro biodisponibilità;
  • quale dose venga effettivamente assunta;
  • se l’estratto utilizzato negli studi sia comparabile con quello presente nell’integratore.

Per interpretare correttamente un prodotto fitoterapico è quindi importante conoscere pianta, parte utilizzata, tipo di estrazione, rapporto droga/estratto, titolazione e dose giornaliera.

Naturale non significa automaticamente innocuo

I flavonoidi presenti normalmente negli alimenti fanno parte dell’alimentazione umana.

Gli estratti concentrati e gli integratori possono però fornire quantità molto superiori a quelle normalmente assunte attraverso il cibo.

A dosi elevate possono verificarsi:

  • disturbi gastrointestinali;
  • interazioni con farmaci;
  • interferenze con enzimi metabolici;
  • variazioni dell’assorbimento di altre sostanze;
  • effetti differenti a seconda della molecola utilizzata.

Particolare prudenza è opportuna in caso di:

  • terapia farmacologica;
  • gravidanza o allattamento;
  • patologie epatiche o renali;
  • terapie anticoagulanti o antiaggreganti;
  • terapie oncologiche;
  • utilizzo contemporaneo di più integratori concentrati.

Il principio generale rimane semplice:

una sostanza vegetale biologicamente attiva può produrre effetti utili, ma proprio perché è biologicamente attiva può anche interagire con l’organismo e con i farmaci.

Quanti flavonoidi dobbiamo assumere ogni giorno?

A differenza di vitamine e minerali essenziali, per i flavonoidi non esiste un unico fabbisogno giornaliero raccomandato valido per la popolazione generale.

Non esiste quindi una “dose quotidiana di flavonoidi” paragonabile, per esempio, al fabbisogno di vitamina C o ferro.

Questo perché “flavonoidi” identifica migliaia di composti differenti e perché non sono classificati come nutrienti essenziali.

La strategia nutrizionale più sensata rimane quindi quella di introdurre quotidianamente una grande varietà di alimenti vegetali, piuttosto che inseguire una quantità numerica generica di flavonoidi.

Cosa dice realmente la ricerca?

La letteratura scientifica sui flavonoidi è enorme.

Esistono studi:

  • biochimici;
  • cellulari;
  • animali;
  • epidemiologici;
  • clinici;
  • studi su singole molecole;
  • studi su estratti;
  • studi su alimenti ricchi di flavonoidi.

Questi livelli di evidenza non devono essere confusi.

Il fatto che una molecola mostri un’attività interessante su una coltura cellulare non significa che curi una malattia nell’uomo.

Allo stesso modo, l’associazione tra una dieta ricca di alimenti contenenti flavonoidi e una migliore salute non dimostra automaticamente che un integratore contenente una singola molecola produca gli stessi effetti.

È proprio questa distinzione che consente di parlare di fitoterapia e nutrizione in maniera scientificamente corretta.

Flavonoidi e tumori: attenzione alle semplificazioni

Molti flavonoidi sono oggetto di ricerca oncologica sperimentale.

In laboratorio sono stati studiati effetti su:

  • proliferazione cellulare;
  • apoptosi;
  • angiogenesi;
  • stress ossidativo;
  • segnalazione cellulare.

Si tratta di un settore di ricerca importante, ma questi dati non permettono di affermare che i flavonoidi prevengano o curino il cancro.

Le concentrazioni utilizzate negli esperimenti cellulari possono essere molto diverse da quelle ottenibili attraverso l’alimentazione e i risultati sperimentali devono essere confermati da studi clinici adeguati.

La comunicazione corretta deve quindi distinguere chiaramente tra potenziale biologico studiato ed efficacia terapeutica dimostrata.

Una nuova visione: non singole molecole, ma reti biologiche

La ricerca moderna sui flavonoidi ci sta portando oltre l’antica concezione dell’“antiossidante che neutralizza il radicale libero”.

Oggi l’interesse riguarda soprattutto la capacità di queste molecole e dei loro metaboliti di inserirsi in una complessa rete biologica che comprende:

alimento → intestino → microbiota → metaboliti → cellule → vie di segnalazione.

È probabilmente questa rete, più che l’azione isolata di una singola molecola, a spiegare molte delle associazioni osservate tra alimentazione vegetale e salute.

Ed è anche il motivo per cui la qualità complessiva della dieta rimane più importante della ricerca del singolo “super-antiossidante”.

Quindi: perché assumere flavonoidi?

La risposta più scientificamente corretta è questa:

non dobbiamo assumere flavonoidi perché rappresentano una cura universale, ma perché fanno naturalmente parte di quella complessa varietà di sostanze bioattive che caratterizza un’alimentazione ricca di vegetali.

Frutta, verdura, legumi, tè, cacao ed erbe aromatiche permettono di assumere differenti famiglie di flavonoidi insieme a fibre e altri micronutrienti.

L’integrazione concentrata può invece avere senso in contesti specifici, quando viene scelta una determinata molecola o un estratto standardizzato sulla base della sua composizione e delle evidenze disponibili.

L’obiettivo non dovrebbe quindi essere “assumere più flavonoidi possibile”, ma aumentare la diversità degli alimenti vegetali e utilizzare gli estratti concentrati con criterio.

In sintesi

I flavonoidi sono una grande famiglia di polifenoli prodotti dalle piante.

Nella pianta partecipano alla pigmentazione, alla protezione dalla radiazione ultravioletta, alle interazioni con l’ambiente e a numerosi meccanismi di difesa.

Nell’alimentazione umana vengono introdotti soprattutto attraverso frutta, verdura, legumi, tè, cacao ed erbe aromatiche.

Le principali famiglie sono:

  • flavonoli;
  • flavoni;
  • flavanoni;
  • flavan-3-oli;
  • antocianine;
  • isoflavoni.

Dopo essere stati ingeriti subiscono un metabolismo complesso e una parte importante viene trasformata dall’intestino, dal fegato e dal microbiota intestinale.

Per questo motivo oggi non vengono più considerati semplicemente sostanze antiossidanti, ma componenti bioattivi capaci di interagire con numerosi sistemi biologici.

La ricerca suggerisce associazioni interessanti tra un’alimentazione ricca di alimenti contenenti flavonoidi e diversi aspetti della salute, ma gli effetti osservati con gli alimenti non possono essere automaticamente attribuiti a un singolo integratore o a una singola molecola.

La strategia più razionale rimane quindi una dieta vegetale varia e colorata, mentre l’uso di estratti concentrati deve essere valutato in maniera specifica e consapevole.

 

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  11. European Commission. EU Register of Nutrition and Health Claims Made on Foods.

Nota sulla corretta interpretazione delle evidenze

Le proprietà biochimiche dimostrate in vitro o in modelli sperimentali non devono essere automaticamente interpretate come effetti clinici nell’uomo.

Per gli alimenti e gli integratori commercializzati nell’Unione Europea, inoltre, le indicazioni sulla salute utilizzabili nella comunicazione commerciale sono disciplinate dal Regolamento (CE) n. 1924/2006 e dalle successive disposizioni europee.

La presenza di studi scientifici su una sostanza non equivale automaticamente all’autorizzazione di un’indicazione salutistica per un prodotto che la contiene.

 

 

 

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